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Il ghepardo è un gatto enorme e non credo che un piattino di latte basti a soddisfarne l’appetito. Sherlock Holmes
antilingua

L’antilingua di Italo Calvino

15/06/2017 - SCRIVERE - , ,

Nel 1965 Italo Calvino pubblicò un articolo nel quotidiano La Stampa che si propone oggi più attuale che mail. Il tema era l’antilingua, ovvero una lingua alternativa all’italiano classico che, con la sua forza avrebbe contagiato la sostanza semplice e chiara del nostro idioma. Le parole di Calvino sono, oggi, più attuali che mai, alla luce dei tanti forestierismi che affollano il lessico e, soprattutto, delle brutture che le nuove tecnologie hanno apportato alla comunicazione scritta e verbale.

Per comprendere cosa Calvino intendesse con Antilingua è opportuno riportare un pezzo saliente dell’articolo:

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente.

Italo Calvino, “L’antilingua”, in: Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1995, pp. 149-154 (prima pubblicazione su “Il Giorno”, 3 febbraio 1965)

Proprio così, vago e sfuggente, perché l’antilingua trasporta le parole e quindi il loro significato a un livello che, nelle intenzioni di chi scrive, potrebbe essere ‘superiore’ o ‘colto’, ma che nella realtà genera confusione e caos.

Un esempio di antilingua è il burocratese, l’impiego di parole altamente complesse e di matrice tecnica, che non vengono semplificate e quindi rese comprensibili a chi legge. Quante volte ci siamo messi le mani fra i capelli leggendo le condizioni di un conto corrente e quante altre ancora abbiamo avuto bisogno di chiedere aiuto per decifrare il manuale di istruzioni di un frullatore?

E allora via di tutorial nel web, per cercare una spiegazione chiara, per trovare qualche buon’anima che si sia impegnata a scrivere come funziona un conto corrente e come si deve montare un frullatore.

L’antilingua trova, oggi, il suo picco più alto nel lessico social. Al di la degli errori di grammatica e di battitura, che in queste piattaforme possono essere parzialmente concessi, ciò che non torna è l’uso di abbreviazioni e di vocaboli che, ai più, risultano sconosciuti.

E’ interessante notare che le aziende più pratiche hanno saputo combattere l’antilingua con i disegni, con i video e con le grafiche. Il grande successo delle infografiche, dei video e anche dei manuali illustrati dimostra che il popolo dei lettori ha bisogno di fare le cose in fretta e di non perderci la testa quando deve capire un concetto.

E se lo stesso concetto venisse spiegato con parole semplici? Calvino parla di ‘terrore semantico’, perché molti sono forse spaventati dall’idea di semplificare, sono convinti che ci perderebbero la faccia. Ma il risultato ottenuto è opposto, ovvero un lessico difficile può affascinare in un primo momento, ma atterrire in un secondo.

A questo processo segue l’abbandono, perché poche sono le persone che ci mettono buona volontà e cercano di capire l’antilingua, sia essa espressa in burocratese o in parole mozzate impiegate nei social o nei blog.

E quindi? L’antilingua esisteva vent’anni fa e esiste oggi, anche se ha cambiato forma. Per non far sparire del tutto l’italiano e per aiutare le persone a capire i concetti si può pensare a un processo di semplificazione, che li sa spiegare con cura ma con parole comprensibili, che non ha paura di chiamare le cose con il loro nome.

La canzone ideale per meditare sull’antilingua è: Riccardo Cocciante – La Nostra Lingua Italiana